La sala settoria

Il contratto prevedeva che pulisse le tavole autoptiche, i pavimenti e le pareti piastrellate dell’obitorio ogni giorno, ma in assenza di cadaveri; questi erano i patti. Era stata chiara con il principale: “Pulisco tutto, sono brava nel mio lavoro, ma non voglio vedere in giro persone morte”.

Appena entrò nella sala autoptica lo vide: nudo e pallido, quasi verdastro, steso sulla tavola di metallo. La prima cosa che notò fu l’enorme pancia flaccida che occultava il resto del corpo. La testa, rivolta verso di lei, era pelata e lucida, le braccia giacevano inermi ai lati del tronco. Da quella posizione sembrava che fosse stato privato della parte inferiore del corpo.

Maria indugiò sulla soglia della sala settoria. Così l’aveva sentita chiamare dal personale: ‘sala settoria’. Ma solo in seguito aveva capito il perché di quel nome. Aveva a che fare con il tagliare, sezionare, insomma, la sala settoria era un luogo dove si dissezionano le persone morte. 

Ma lei i cadaveri non li voleva vedere.

Poteva ripulire qualsiasi tipo di tessuto, o liquido, o schifezza residua di un’autopsia, ma un essere umano intero era un’altra faccenda. È un po’ come se ti offrissero del salame dopo aver visto sgozzare e fare a pezzi il maiale, ti passa la voglia di mangiarlo. 

Maria non sapeva cosa fare: andarsene, lasciando un messaggio stizzito all’ingresso; oppure far finta di niente e fare il suo lavoro come se quella cosa non ci fosse. Ma l’idea di essere venuta per niente la irritò. Fece un lungo sospiro. 

Il giorno dopo si sarebbe lamentata a dovere. 

Spinse il carrello delle pulizie, tirò fuori l’occorrente e iniziò a fare quello per cui era pagata. Nonostante il sistema di ventilazione forzata e la temperatura ghiacciata, il tizio emanava un odore pungente, come quello della carne rimasta nel frigo parecchi giorno dopo la data di scadenza. Maria si sforzava di distrarsi. Faceva di tutto per non guardarlo. Inclinava lo scopettone di un angolazione tale da impedirle di avere gli occhi all’altezza del tavolo autoptico. Usò il doppio della dose solita di ammoniaca, con l’idea di coprire quel tanfo, ma il risultato fu un afrore marcescente se possibile ancora più irritante.

Iniziò a rivolgergli la parola, un po’ per noia, un po’ per alleggerire la tensione. 

Diceva: “Ehi! Non te la stai passando bene, eh?”, oppure: “Chissà come sei morto, e da quando”, e ancora: “Dai, non fare così. Non puzzi poi così tanto”. 

Quando ebbe finito gli argomenti di conversazione si mise gli auricolari. Con la voce di Mina nelle orecchie si diresse ai servizi. Una volta terminati sarebbe passata agli studi medici a fianco. Era quasi mezzanotte, di solito entro l’una riusciva sempre a finire tutto.

Rientrò nella sala autoptica e fu investita da una zaffata di decomposizione mista all’odore chimico dell’ammoniaca. Le penetrò le narici e gli trafisse il cranio provocandole una fitta di dolore, come se il suo cervello fosse stato aggredito da un milione di spilloni. 

Senza rendersene conto il suo sguardo si posò sul cadavere.

Da quell’angolazione poteva vederlo per intero. Notò qualcosa di piccolo che si muoveva sulla pancia prominente. Strizzò le palpebre più volte. Dei piccoli animaletti si muovevano in prossimità dell’ombelico. Distorse le labbra in un moto di disgusto. Fu tentata di andarsene ma per un qualche motivo non riusciva a distogliere gli occhi.

Alla fine, aveva fatto il grosso del lavoro. Nessuno si sarebbe accorto che non aveva spolverato le scrivanie degli studi. Non avrebbe svuotato i cestini della carta, pace. Non sarebbe morto nessuno per questo. Fanculo i cestini della carta!

Strinse il manico dello scopettone. La sua mente le stava ordinando di andarsene ma il suo corpo non pareva ascoltarla. Era stranamente attratta da quella scena. Non tanto dal cadavere quanto da quel qualcosa che si muoveva sopra di lui. Decise che se ne sarebbe andata, ma prima avrebbe dato un’occhiata. 

Un po’ come quando fai zapping con il telecomando e intercetti per caso un canale in cui stanno trasmettendo un horror. Sobbalzi, pigi i pulsanti in fretta e furia per sintonizzarti su qualcos’altro, ma ti rimane la curiosità. La scena ti si è già fissata a fuoco nel retropensiero. Ormai devi vedere cosa succede, nonostante ti terrorizzi, o ti faccia schifo. “Solo un’occhiata”, ti dici.

Maria lasciò il carrello in mezzo al locale, si levò gli auricolari e si avvicinò all’uomo steso sulla tavola autoptica.  

Dei piccoli vermi, tipo i cagnotti che si usano per pescare, si stavano assembrando sul ventre del cadavere. Passò in rassegna il resto del corpo e notò che sia sul viso che lungo le gambe quei vermi si stavano moltiplicando, come venissero dal nulla. Da quel poco che sapeva Maria, i corpi non si disfacevano così rapidamente, soprattutto non sarebbe dovuto accadere in quel posto asettico e freddo.

Soppresse un conato e fece un passo indietro. Ebbe l’impressione che al suo sussulto le larve si fossero fermate un istante, come fossero consapevoli della sua presenza. Poi ripresero il loro frenetico lavoro.

Aumentavano a vista d’occhio. Adesso le vedeva uscire dalla bocca e sbucare da sotto il cadavere. Il loro movimento convulso sembrava quasi far rumore. Doveva trattarsi di un effetto della suggestione, pensò Maria. Indietreggiò lentamente. Nonostante il ribrezzo non riusciva a staccare gli occhi da quel corpo e dai suoi lascivi ospiti. 

Forzò sé stessa a spostarsi da lì, e dovette metterci impegno, come se il suo corpo facesse resistenza. Alla fine, riuscì a trascinare il carrello verso l’uscita e spinse con la mano libera la porta di metallo a battenti basculanti. 

Era chiusa. 

Guardò la fessura tra le due ante. La leva di blocco dall’altra parte non era stata abbassata. La porta avrebbe dovuto aprirsi con una semplice spinta. 

“Ma che diavolo…” borbottò, irritata. 

Provò a metterci più forza usando entrambe le mani, poi si mise a prenderla a spallate, ma niente. I due battenti sembravano fusi tra il pavimento e il soffitto. 

Si voltò verso il centro della stanza. Il cadavere era completamente coperto di larve, tanto da sembrare lui stesso un’unica grossa larva. Dalla tavola autoptica i vermi cadevano formando delle catene che si allungavano fino a toccare terra. Una volta sul pavimento procedevano espandendosi per il locale disponendosi in forme geometriche ben precise. 

Le si seccò la bocca e cercò disperatamente un po’ di saliva da deglutire, così da bloccare giù il contenuto dello stomaco che tentava di risalire. L’odore, intanto, diventava sempre più asfissiante. Doveva uscire di lì.

Si guardò intorno alla ricerca di qualcosa che potesse usare per sbloccare la porta, o romperla in qualche modo. Su un mobile di metallo, poco lontano dalla tavola autoptica, erano disposti gli strumenti del set per l’autopsia: bisturi, pinze, lame seghettate, forbici e una sega elettrica. La sega elettrica! Con quella forse avrebbe potuto fare un buco nella porta. 

Intanto le larve stavano occupando ogni angolo della sala. Alcune di quelle cadute sul pavimento si riunivano in gruppetti esitanti, come generali che stessero decidendo il da farsi prima di dare ordini ai loro eserciti. 

Doveva raggiungere la postazione con gli strumenti prima che le larve arrivassero fin lì.

Fece di corsa il tratto che la separava dal mobile, andandoci a sbattere contro. Impugnò la sega, ma si rese conto che era collegata a una presa attraverso un cavo. A malapena avrebbe raggiunto il letto metallico con sopra il cadavere, figuriamoci arrivare alla porta. Nella speranza che staccandola avesse un minimo di autonomia la sollevò, ma nel tirare azionò il tasto di accensione. La sega esplose in un ronzio assordante. Il contraccolpo la spinse via e le mani persero la presa. Nel cadere la sega si avvitò su sé stessa e le colpì una coscia procurandole un taglio profondo.

“CAZZO!” urlò lei portandosi una mano alla gamba che aveva iniziato a schizzare sangue.

Si piegò su quella incolume per poi scivolare sul pavimento appoggiandosi su un fianco. Le larve avevano ormai coperto metà della sala. Erano risalite sugli altri due tavoli settari, nonostante fossero vuoti. Altre avevano ricoperto l’armadio dall’altra parte del locale. Dalle celle frigorifere uscivano altre larve. In qualche modo erano riuscite ad attraversare lo spazio tra la guarnizione dello sportello e il bordo metallico del vano, anche se non capiva se stessero uscendo all’esterno, o penetrando all’interno delle celle.

Strisciò aiutandosi con un braccio mentre teneva l’altro adeso al corpo, con la mano a tamponare la ferita. Non la smetteva di sanguinare. 

Lungo il percorso urtò il carrello facendo cadere il secchio con l’acqua sporca e i detersivi. Il flacone dell’ammoniaca si aprì e sparse sul pavimento il suo contenuto. Per raggiungere la porta dovette strisciare dentro la pozzanghera del detergente.

Alla fine, raggiunse a fatica l’uscita. Poi si voltò e si appoggiò con la schiena ai battenti. Il sangue si era mischiato all’ammoniaca formando una larga striscia rossastra sulle piastrelle grigie del pavimento e le larve iniziarono a seguire quel sentiero bagnato. Forse si trattava della sua immaginazione, non avrebbe saputo dirlo, ma quelle cose sembravano muoversi a formare una grossa freccia puntata nella sua direzione.

“AIUTO!” gridò, mentre osservava le larve che si addossavano l’una sull’altra in cumuli brulicanti. Batté sulla porta con la mano libera, ma sapeva che a quell’ora non c’era nessuno. Poteva gridare quanto voleva. Iniziò a singhiozzare. Poi sollevò la testa e cacciò un urlo di frustrazione. 

“Larve di merda! Cosa cazzo volete da me? Io sono viva!” 

Si mise a gridare e imprecare contro il soffitto fino a quando le fece male la gola. Si accorse che stava iperventilando. Chiuse gli occhi. Doveva darsi una calmata se voleva uscire di lì in qualche modo. Si riempì i polmoni d’aria e poi espirò con forza e nel inalò una zaffata di ammoniaca che le graffiò l’interno del naso. Iniziarono a bruciarle gli occhi e si sentì grattare la gola già dolente per le urla. Una raffica di colpi di tosse la scosse facendola tremare.

Strizzò le palpebre più volte. Aveva la vista appannata e le girava la testa. 

Passò in rassegna il suo corpo cercando di tenere aperti gli occhi. 

Estrasse la cintura di tessuto dai passanti del camice da lavoro, se la legò sopra la ferita e strinse forte, provando a fermare il sangue. Ricordava ci fosse un allarme antipanico da qualche parte. Sollevò di nuovo la testa e intercettò il pulsante rosso al lato della porta. Doveva provare a raggiungerlo. Non era sicura ma se lo avesse premuto avrebbe potuto allertare il custode, o magari, se era fortunata, si sarebbero aperte le porte. Doveva tentare.

Le bestiacce stavano risalendo la striscia di sangue ma lo facevano lentamente, sembravano indugiare lungo il percorso come a pregustarsi il banchetto che li attendeva.

Fece leva sulla gamba sana e con le braccia si appoggiò ai battenti per sollevarsi da terra. Una volta in piedi iniziò a saltellare su un piede in direzione del pulsante.

La luce iniziò a sfarfallare. Si voltò verso l’interno della sala. Le larve avevano ricoperto le pareti e avevano raggiunto le lampade alogene del soffitto. Tra poco sarebbe rimasta al buio. 

Erano così tante che non si vedeva più il cadavere, come se lo avessero inghiottito. Tutto l’ambiente aveva assunto il colore biancastro dei corpi delle larve. Le mura ricoperte dalle bestiacce parevano muoversi. Davano l’impressione che la stanza fosse viva, e respirasse.

Maria si concentrò sulla sua missione. Fece un salto sulla gamba illesa, poi un altro. Raggiunto lo stipite, allungò la mano e diede un colpo secco al pulsante. L’allarme partì. Il suono fu così assordante che le sembrò venire dall’interno della sua testa. 

La luce si spense, e si accesero quelle rosse d’emergenza. Lampeggiavano a intermittenza. A quel punto Maria si appoggiò con la schiena contro il muro e si lasciò scivolare a terra, la gamba le faceva un male cane. 

Ormai le larve erano a meno di un metro da lei. Piegò le ginocchia portandosele al petto, con l’idea di ridurre il più possibile la superfice esposta a quelle stronze, e nel farlo la partì una fitta di dolore dalla coscia e credette di svenire.

Quei corpi bianco-giallastri, allungati e segnati da numerosi segmenti ad anello, sembravano muoversi saltellando, come in preda alle convulsioni, e con quel movimento sussultorio guadagnavano terreno in una sorta di allegra marcia verso di lei. Lucide e gonfie, si dimenavano, si accartocciavano e si allungavano per poi avanzare verso la loro meta. 

A Maria sembrò di sentire il suono umido di quelle bestiacce, come se delle piccole budella si agitassero in una pozzanghera, e quella pozzanghera era il suo sangue. 

Non si era nemmeno accorta di aver ripreso a piangere. Scuoteva la testa a destra e sinistra, incapace di accettare quella fine assurda.

D’un tratto l’allarme cessò e la stanza si fece silenziosa, e così anche l’interno del suo cervello. Poi un vociare sordo si levò dentro di lei, componendo un messaggio: “Madre, nutrici”. 

Non capiva se i suoni venissero dalla larve, o dalla sua testa. 

La gamba aveva smesso di farle male. In realtà, si rese conto di non sentire più nulla. La sua pelle era anestetizzata. E non riusciva più a muovere un muscolo.

Il corpo non rispondeva ai suoi comandi. 

Intanto le larve strisciavano su di lei, lungo le cosce e le braccia. All’altezza dell’addome alcune sparirono sotto i suoi indumenti per sbucare poi da sotto la camicetta aperta sul petto. Anche se non le vedeva sapeva che stavano risalendo il collo per raggiungere il viso.

Aumentavano di numero mentre percorrevano il suo corpo inerme. Non sentendone il movimento sulla pelle non poteva vedere a che punto fossero del loro tragitto. Solo quando raggiunsero i suoi occhi capì che era finita. Le larve indugiarono abbarbicate alle sue palpebre.

Le loro piccole voragini nere la fissavano. Un sussurro: “Madre, accoglici… Proteggici”.

Quando penetrarono i suoi occhi, tutto si riempì di bianco e le larve smisero di parlare. 


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